*A cura del Dott. Niccolò Duranti, membro dell’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale con sede ad Ancona

La storia delle relazioni bilaterali tra due nazioni non è mai semplice da ricostruire ma se è più naturale raccontare gli scambi a livello politico, culturale e diplomatico, persino militare, non lo è ricercare il rapporto tra una piccola città di provincia italiana e un’intera nazione estera. La ricerca della storia, dei suoi protagonisti, delle piccole pagine di vita locale, la microstoria insomma, è sempre più importante per capire i grandi avvenimenti, per sentire più vicina una storia che altrimenti sarebbe solo un libro, un fiume di parole che molto spesso non sentiamo nostre. Capire che anche una città che oggi conta 35 mila abitanti ha avuto nei secoli passati rapporti, scambi e dialoghi con la Grecia e i suoi popoli vuol dire raccontare di mondi che si confrontano e si arricchiscono a vicenda, che hanno, molto spesso, radici comuni e usanze molto più simili di quel che qualcuno vuole disegnare.

Ho deciso in questo articolo di raccontare la storia e i personaggi che accomunano la mia città, Osimo, e la Grecia: grandi avvenimenti storici di cui i miei concittadini si sono resi protagonisti e su cui sono stati scritti moltissimi saggi, ma anche piccole vicende sconosciute ai più. Credo poi opportuno che la storia del Novecento meriti uno spazio tutto suo, in quanto rappresenta il terreno su cui è stata costruita la nostra identità moderna di stati democratici e liberi.

Osimo, l’antica Auximum, città nobiliare e di cultura, ha origini dal popolo piceno ma è con gli antichi romani che conquista un ruolo di primo piano divenendo municipio e rendendosi protagonista di duri scontri di lotta tra altisonanti nomi come quello di Giulio Cesare e di Pompeo Magno: la XIII legione con lo stesso condottiero alla sua testa, varcato il Rubicone, si diresse in città dove mise in fuga Azio Varo grazie all’aiuto della popolazione che ben presto tradì le insegne pompeiane per quelle cesariane. Auximum e gli auximates non sono citati solo nel De Bello Civili di Cesare, a cui egli promette riconoscenza, ma anche lo scrittore e filosofo greco Plutarco ebbe modo di scrivere della città nelle sue “vite parallele”.

Nel suo mettere in risalto virtù morali e vizi di Agesilao e Pompeo non dimenticò di citare Auximon, la città dove ebbe origine la fortuna politica e militare di Pompeo durante la lotta tra Silla e Carbone. Di Auxoumon accenna brevemente, come una città poco sopra il mare, Strabone nel quarto volume della “Geographia(Γεωγραφικά) dopo aver ricordato le origini greco – siracusane di Ancona (αύξουμον πόλις μικρον υπερ τής θαλάττης).

Gli storici del XVIII secolo, ma già la teoria prendeva consistenza nel Rinascimento, iniziarono a scrivere di un’origine greca di Osimo giustificandola con la radice del nome Auximon da αύξω o αυξάνω cioè crescere, tanto da dare sostanza all’ipotesi che Auximum, così invece era chiamata in latino, volesse indicare il rapido e florido sviluppo che la città ebbe in quel periodo storico: da considerare che la desinenza –on rievoca un’origine ellenica del nome mentre la desinenza –um è caratteristica del latino. Questa ipotesi fu poi abbandonata nei secoli successivi a favore della più realistica e credibile origine picena databile circa 3000 anni fa. Uno dei più celebri storici osimani del Novecento, Don Carlo Grillantini, si spese con l’amministrazione comunale affinché fosse riportata sulla fascia di volta che percorre tutto l’atrio del palazzo comunale la seguente frase in latino: “Auxima progenies, grajo de sanguine creta, Nobilitate vigens, stemmata prisca tenes Unde vetus nomen celebrat tibi sacra vetustas, Atque opibus famam dant monumenta virùm.” (Popolo di Osimo di sangue ellenico, tu, fiero di tua nobiltà, alzi ancora le insegne di un tempo, le quali, chiamandoti vecchio, ti ricordano le lontanissime origini, mentre alla tua prosperità danno lustro questi marmi dei padri tuoi). Una dotta citazione questa di Don Carlo estrapolata dalla prefazione degli statuti comunali del 1571 che tuttavia, come abbiamo visto, non trova riscontro con la storia.

A dimostrazione dell’importanza di Osimo e dei suoi frequenti contatti e scambi commerciali, nei pressi dello scavo archeologico di Montetorto, località che diede origine all’odierna frazione di Casenuove di Osimo, in un terreno di proprietà della Mensa Vescovile, furono rinvenute, così fonti storiche del Settecento, due statue rappresentanti un kouros o Apollino di piccole dimensioni e un Apollo più grande. Sono oggi conosciuti come Kouroi Milani dal nome del direttore, Luigi Adriano Milani, del Museo Archeologico di Firenze che li acquistò ad inizio Novecento. L’Apollino fu acquistato acefalo e solo dal 2001 è possibile ammirarlo, in alcune occasioni, per intero poiché in quell’anno ne fu rinvenuta la testa nella collezione privata ereditata dai Barberini per tramite della famiglia osimana Briganti Bellini. I kouroi rappresentano giovani offerenti alle divinità e raffigurano un uomo nudo, poco più grande del naturale, in posizione eretta con una gamba avanzata e le braccia stese lungo i fianchi: il volto ha i tratti somatici tipici della scultura greca arcaica con occhi grandi allungati, pupille incise e braccia distese lungo i fianchi; le labbra formano un sorriso idealizzato che non lasciano trasparire alcuno stato d’animo. Si è provata ad ipotizzare l’origine delle due sculture che sembrano provenire da uno scultore arcaico dell’isola di Paros che le realizzò a distanza di trent’anni l’uno dall’altro attorno al 540 – 510 a.C. Di certo c’è solamente la disputa tra gli archeologi sulla loro origine e il loro ritrovamento.

Caius Oppius Irenion, forse un liberto dal cognome di origine greca di uno dei Cai della gens Oppia di Osimo, figura in una lastra con dedica sacra, databile seconda metà del II sec. d.C., collocata sul lato meridionale dell’atrio comunale. Nella lastra calcarea è menzionata sia in caratteri latini sia greci una dedica a Juppiter Sol Serapis in scioglimento di un voto fatto dal liberto.

Procopio, storico bizantino, giunse poi nella nostra città al seguito del condottiero Belisario, di cui era consigliere, durante la guerra che vide contendersi le terre italiane e dalmate tra Goti e Bizantini. Senza dubbio è uno degli scontri più sanguinosi che si svolsero a ridosso delle mura cittadine: la guerra scoppiò nel 535 con l’invio in Italia di truppe greche al comando del generale Belisario. Prendere Osimo per i bizantini era importantissimo poiché Ancona era già Caduta in mano dei Goti (538) e in più rivestiva il ruolo di città e non di castello o porto come invece definito l’attuale capoluogo dorico ([…] δέ αΰτη πρώτη μέν των εν Πικηνοιϛ πόλεών εστιν, ήν μητρόπολιν καλειν νενομίκασι Ρωμαιοι). Nuove truppe greche furono aggregate agli ordini di Belisario che da Fermo tentava di dirigersi verso Ravenna cercando di conquistare Osimo e Fiesole, presidi che gli avrebbero assicurato la copertura militare alle spalle del suo fronte. Osimo appariva a Procopio “fortissima e al sicuro” difesa dalle alte mura che la circondavano, per questo la strategia di Belisario non era quella di un attacco diretto ai Goti che presidiavano il centro cittadino, ma preparò un lungo assedio per costringere Visandro alla resa per fame. Tra i più famosi stratagemmi messi in azione da Belisario vi fu anche il tentativo di distruggere prima e di avvelenare poi l’acqua di Fonte Magna, la più antica e decorata fonte romana che si trova a ridosso delle mura cittadine riversandovi dentro calce, carcasse di animali morti e quanto potesse guastare la potabilità, ma in centro le riserve idriche di certo non mancavano. Procopio racconta che durante l’assedio Belisario rischiò di perdere la vita, ma si salvò grazie al gesto eroico di un soldato che si frappose tra lui e una freccia scoccata da sopra le mura.L’assedio durò circa sette mesi e la scarsità dei viveri iniziò a farsi sentire all’interno della città: si giunse così alla resa, facilitata anche dalla paura dei bizantini per il possibile arrivo a Ravenna di ulteriori truppe gotiche da Fiesole coadiuvate dai Franchi; necessitava far presto e arrivare in Romagna prima di questi. Si giunse così ad un accordo: “concordarono che la metà degli averi si spartirebbero tra loro i Romani; il restante lo riterrebbero i Goti, rimanendo però soggetti all’imperatore. In tali termini gli uni e gli altri fermarono il patto, giurando i duci romani di stare al convenuto, i Goti di non celar nulla dei loro averi. Così tutti gli averi furono divisi, i Romani occuparono Osimo ed i barbari furono incorporati nell’esercito imperiale”. Quattro anni più tardi Totila, successore di Vitige, tentò la riconquista dell’Italia e Osimo si ritrovò a parti inverse nello scontro tra i bizantini, che occupavano la città, e i goti, che l’assediavano da fuori le mura. Nel 553 a seguito della morte in battaglia di Totila presso Gualdo Tadino, sconfitto dal bizantino Narsete l’anno prima, e la morte di Teja, il governo dei Goti cessò definitivamente e Osimo ritornò nuovamente sotto il controllo di Belisario.

Il 7 ottobre 1571 ebbe luogo una delle ultime battaglie navali combattute a remi, che videro scontrarsi le galee della Lega Santa con la flotta ottomana: siamo nel golfo di Corinto e sto ovviamente facendo riferimento alla battaglia di Lepanto. Il casus belli che scatenò la battaglia fu il tentativo da parte degli ottomani di espandere i propri possedimenti nel Mediterraneo occupando l’isola di Cipro, allora territorio della Repubblica di Venezia. Nel 1571 si costituì l’alleanza dei principi cristiani promossa dal papa e che vedeva riunirsi in un’unica alleanza la repubblica veneziana, la Spagna, il Granducato di Toscana, la Repubblica di Genova e quella di Lucca, i ducati di Urbino, Parma, Ferrara, Mantova e Savoia. Quella di Lepanto segnerà la prima vera vittoria del fronte cristiano, finora sempre uscito sconfitto dalla superiorità numerica degli avversari, nel Mediterraneo iniziando così un periodo di declino della marina ottomana, nonostante ciò, gli ottomani presero il controllo di Cipro. Osimo dal maggio all’agosto 1570 vide passare e sostare in città molti marinai e galeotti, i rematori delle galee, che da Roma dovevano imbarcarsi ad Ancona. Nel nostro archivio storico comunale sono conservati i registri del Camerlengato con riportati tutti i costi che il comune sostenne per il passaggio di questi galeotti, dal pane al vino alla biada per i loro cavalli; per alcuni di loro s’impegnarono somme per l’acquisto di vestiario smarrito o della divisa di panno rosso. Infine, la nostra città inviò a sue spese anche diciassette osimani che partirono da Ancona proprio nel 1571.

Numerosi furono poi i grecisti, gli appassionati e studiosi di quella cultura, di quella terra, di quella lingua che mai ebbero modo di conoscere di persona ma solamente attraverso i libri. Tra questi possiamo citare Bernardino Pini (1518 – 1601), nobile osimano già segretario di Giulio Della Rovere e autorevole uomo di curia, e due Vescovi che furono a capo della diocesi di Osimo: Gaspare Zacchi, nato a Volterra, vescovo osimano dal 1460 al 1474 e Pompeo Compagnoni (1693 – 1774), che guidò i fedeli dal 1740 al 1774. Furono uomini di grande cultura, amanti della letteratura greca e latina, abili traduttori di antichi testi e compositori in quelle stesse lingue. Lo Zacchi, familiare del Papa Pio II, anch’egli grande erudito, apprese la lingua greca durante il suo lungo soggiorno a Costantinopoli da segretario dell’importante Card. Bessarione e tradusse molti poemetti nonché il sermone di S. Basilio Magno.

Monsignor Compagnoni invece si avviò alla grammatica e letteratura greca e latina ai tempi del collegio: ebbe modo di affinare la sua erudizione in tale lingua presso la biblioteca del Card. Barberini durante i suoi anni di studio a Roma in giurisprudenza, periodo nel quale frequentò anche il giovane Pietro Metastasio, poeta e drammaturgo considerato l’innovatore del melodramma italiano, e Giovanni Crescimbeni, poeta, critico letterario e tra i fondatori dell’Accademia dell’Arcadia; qui compose il “De Graeci Codicibus Bibliothecae Barberinae”. Si prodigò molto nella diffusione della letteratura greca tanto da ingaggiare per il Nobil Collegio Campana, la più importante istituzione di formazione e di culturale cittadina, uno dei più illustri cultori della lingua greca del tempo P. Alessandro Bandiera. Il Compagnoni fece rinascere, oltre a fondarne una ecclesiastica, anche l’antica accademia seicentesca cittadina dei Sorgenti, rinominata dei Risorgenti, che “unisce alle Belle Lettere la critica e le discussioni dei punti di antica storia greco-romana”. Al Campana furono molti e importanti gli insegnati di lingua greca tra cui il già citato Alessandro Bandiera, noto per le numerose traduzioni dei poeti classici e molto apprezzato in ambienti letterari, e Ubaldo Bellini, fine umanista e celebre numismatico assieme al fratello Stefano, rettore del Campana, oratore e insegnante di scienze sacre, nella cui collezione di famiglia si annovera proprio quella testa del kouros di cui parlai in precedenza. Girolamo Fiorenzi, appartenente ad una delle famiglie nobili più antiche di Osimo e tra le più ricche, fu figura complessa di letterato, ottico ma anche meccanico: suoi i meccanismi degli orologi da torre di Osimo e Montelupone; nel 1825 scrisse un proemio all’Economico (Οἰκονομικός) di Senofonte che poi tradusse in italiano.

Vi è poi una figura poco conosciuta e di cui si hanno pochissime notizie: Vincenzo Bertucci. Il Bertucci, di famiglia nobile cittadina, studiò giurisprudenza e lettere prima nel Nobil Collegio Campana poi presso l’Università di Padova, cultore della lingua latina diede alle stampe un’orazione accademica e varie elegie latine che riscossero molto apprezzamento tra gli studiosi dell’epoca. Esercitò la professione di avvocato in un importante studio di Roma prima di intraprendere il nuovo incarico di governatore di Pilo (Πύλος o, come scritto nella sua biografia in” Biblioteca Picena” del Vecchietti dove viene citato, “governatore nella terra di Pilo”). Morì in giovane età proprio durante questo suo periodo greco, lasciando un figlio.

Bibliografia:

Gentili G.V., Osimo nell’antichità, 1990

Grillantini C., Storia di Osimo, II ed., 1969

Morroni M. Egidi L., Dizionario enciclopedico osimano, 2001

Morroni M., Documenti osimani in “La battaglia di Lepanto“, atti del 1° convegno di studi Marche-Islam, 2004

Morroni M., Osimo durante la guerra gotica (538-553), 2012

Spada L., Bibliografia osimana, inedito ms.

Vecchietti F., Biblioteca picena, 1828

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