a cura del Prof. Fabrizio Bartoli, membro del Comitato Scientifico dell’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale con sede ad Ancona

Plotino, filosofo neoplatonico, nato in Egitto a Licopoli intorno al 204 d.C., studiò ad Alessandria d’Egitto alla scuola di Ammonio Sacca, poi si trasferì a Roma intorno al 245 d.C., Plotino, diventato istruttore del figlio dell’imperatore, propose all’Imperatore Gallieno di realizzare una città dei Filosofi alla quale voleva dare il nome di Platonopoli.

Questa “città dei filosofi”, richiamando le leggi suggerite da Platone, doveva essere una città ideale, una comunità, governata da “Veri” filosofi, i quali, realizzato un comportamento saggio, avrebbero sicuramente applicato i valori fondamentali dell’armonia, della giustizia, dell’ordine a tutta la società, con l’unico obbiettivo del bene della comunità.

Porfirio, discepolo di Plotino e suo biografo, a proposito di Platonopoli aveva scritto (Vita di Plotino, XII): “L’imperatore Gallieno e sua moglie Salonina veneravano Plotino ed erano a lui molto affezionati, con il loro aiuto Plotino avrebbe voluto restaurare una città della Campania, andata in rovina, in cui, datole il nome di Platonopoli, avrebbe voluto ritirarsi con i suoi compagni e discepoli, osservando le leggi platoniche. Questo progetto sarebbe anche facilmente riuscito al filosofo, se taluni cortigiani, per invidia, avversione o altro indegno motivo, non vi avessero frapposto ostacolo”.

Platonopoli, la città ideale dei filosofi, non fu quindi realizzata a causa delle invidie di corte, essa doveva (secondo Plotino) uniformarsi alle leggi platoniche e quindi potremmo chiederci quali potevano essere queste leggi. Il Maestro ateniese, nell’ultima parte della sua vita, aveva scritto un dialogo intitolato “le leggi”, suddiviso in ben 12 libri (o capitoli).

Platone aveva scritto nelle leggi: «Un vero legislatore deve istituire le leggi in funzione del “maggior bene”, il quale non è la guerra, il conflitto, ma la Pace e la mutua benevolenza tra i cittadini».

I valori – virtù – beni fondamentali, sono indicati da Platone nelle LEGGI (libro I, 631-632): “…le leggi di Creta sono particolarmente pregiate in tutta la Grecia; esse infatti sono savie perché rendono felici coloro che le osservano. In realtà esse apportano tutti i beni (virtù); ora i beni sono di due specie: gli uni umani, gli altri divini, e gli umani dipendono dai divini; se uno stato ottiene i maggiori (i divini), acquista anche i minori (gli umani); se no rimane privo degli uni e degli altri. Dei beni minori (umani) il primo è la sanità (salute), la bellezza il secondo, il terzo è il vigore, … quarto poi è la ricchezza, che non dev’esser cieca, anzi ha la vista acuta, se si accompagna alla prudenza”.

Continua Platone indicando quali sono le virtù fondamentali: “A capo poi dei beni (virtù) divini è appunto la prudenza-saggezza, secondo viene l’abito moderato dell’animo (Temperanza) e da questi due misti con la fortezza nasce il terzo: la giustizia; il quarto è la fortezza. Ora tutti questi (divini) sono preposti a quegli altri (umani) e così anche deve disporsi il legislatore; dopo di che deve ammonire i cittadini che le altre prescrizioni, che ad essi vengono date, hanno di mira questi beni, e che tra questi gli umani hanno di mira i divini, e i divini tutti quanti l’intelletto – saggezza, che è la guida”.

Queste quattro virtù sono identiche alle quattro virtù cardinali cristiane (prudenza, giustizia, fortezza e temperanza). Nella nostra attuale società i valori sono completamente sovvertiti, la ricchezza è posta al primo posto e soprattutto i beni, che Platone chiama divini (Prudenza, Temperanza, Giustizia, Fortezza), sono quasi completamente dimenticati. Siamo diventati schiavi del denaro?

Secondo Platone i vari governi (monarchia, aristocrazia, democrazia, …) non sono consigliabili perché sono aggregati di cittadini dove una parte comanda e un’altra serve.

È preferibile un governo misto sotto l’impero delle leggi che sono stabilite non da una parte, ma da tutta la cittadinanza in modo che vi sia nello stato libertà e concordia, accompagnate da saggezza.

Platone nel formulare le leggi indica due metodi: il primo consiste nel dare le norme accompagnandole solo con le pene per chi disobbedisce alle leggi; il secondo nel dare le norme insieme alle ragioni che spiegano come sono state stabilite le leggi, cioè nello stesso tempo si esercita la capacità di persuadere.

Naturalmente il secondo metodo è preferibile al primo, ma solitamente i legislatori adottano solo il primo, infatti Platone si lamenta dicendo: “non fanno le leggi temperando l’imperio con la persuasione, ma usando soltanto la forza, senza alcuna temperanza”.

La città-comunità, per Platone, doveva comprendere un territorio in modo tale da essere diviso in 5040 porzioni, numero corrispondente ai capi famiglia, ciascuna porzione doveva risultare di due sezioni, una vicina alla città e l’altra nella campagna vicina. Il problema della proprietà privata e della distribuzione della ricchezza veniva risolto con la norma: niente ricchezza e niente povertà, giacché l’una e l’altra (affermava) sono fonte di gravissimi inconvenienti.

Tutte queste indicazioni suggerite dal Maestro Platone sembrano oggi utopiche ed irrealizzabili, ma credo siano “giuste” e sicuramente valide e, con i dovuti aggiustamenti, efficaci anche per la nostra epoca.

L’ultima frase (insegnamento) di Plotino pronunciata prima del suo trapasso: “Cercate di ricondurre il divino che è in noi al divino che è nell’universo”. (Porfirio, Vita di Plotino, 2).

 

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