A cura del prof. Andrea Zepponi, membro del Comitato Scientifico dell’Istituto Ellenico della
Diplomazia Culturale con sede ad Ancona

Gioachino Rossini scrisse nel 1820 l’opera Maometto II per il Teatro San Carlo di
Napoli che rappresenta la conquista della Eubèa (in greco moderno Εύβοια, Evvia, in
greco antico Εὔβοια, Euboia), chiamata dai veneziani Negroponte, un’isola della
Grecia situata nel Mare Egeo, adiacente a parte della costa sud-orientale della
penisola, con capoluogo Calcide, da parte di Mechmet II che sottopose crudelmente e
sanguinosamente la Grecia all’occupazione da parte degli Ottomani a partire dal
1453, dopo la caduta di Costantinopoli. Atene, la capitale culturale dell’antica Grecia,
cadrà nel 1456, mentre gli ultimi baluardi bizantini, il despotato della Morea nel
Peloponneso e Trebisonda con l’omonimo impero nel Ponto cadranno in mano
ottomana rispettivamente nel 1460 e nel 1461. Il regime ottomano ispirò diversi moti
rivoluzionari miranti al recupero dell’indipendenza, tutti però soffocati nel sangue.
L’opera letteraria dalla quale proviene il melodramma Maometto II è una tragedia in
versi intitolata Anna Erisso del poeta Cesare della Valle dove la protagonista, Anna, è
in realtà una donna veneziana, figlia del comandante Erisso che presidiava con le sue
truppe di veneziani il territorio. Nella trama ella si innamora di Maometto che le si
era presentato un tempo sotto falso nome, ma nel momento in cui egli invade la
Grecia e perseguita i veneziani, ella, pur essendo combattuta tra il dovere e la
passione, alla fine lo inganna, anzi rimane fedele al suo fidanzato, il guerriero Calbos
e alla fine si uccide prima di cadere in mano ai Turchi che hanno invaso la roccaforte
e il territorio. Possiamo affermare che è evidente il riferimento nell’opera rossiniana
all’attualità del risveglio in Grecia delle istanze di ribellione e di libertà dal dominio
turco che precedettero la guerra per l’indipendenza del popolo greco l’anno
successivo, il 1821. La censura dell’epoca e le convenzioni letterarie del tempo in una
Italia, anch’essa sotto il giogo di popoli stranieri, imponevano di evitare ogni
riferimento diretto alla attualità più scottante di carattere politico e di mascherare il
più possibile ogni correlazione (la stessa cosa farà Giuseppe Verdi con gli Ebrei del
suo Nabucco che simboleggiavano gli italiani oppressi dagli austriaci), ma per chi
aveva ben presente la situazione che si stava verificando nel mondo ellenico era
abbastanza chiaro che sotto la figura di Anna si nascondesse il simbolo della Grecia
la quale non poteva sottostare più oltre a nessun tipo di unione con il popolo turco,
anche se per secoli ne era vissuta a stretto contatto. La presenza degli armati
veneziani nell’opera, per lo spettatore perspicace che in quel periodo assisteva alla
rappresentazione del melodramma di Rossini simboleggiava chiaramente la
resistenza dei Greci alla repressione turca che si era fatta sentire da tempo con
innumerevoli atti isolati di renitenza e di ribellione cui parteciparono anche due
giovani italiani di Novara caduti (πεσόντες) già il 23 aprile 1819 per l’indipendenza
greca e furono seppelliti insieme ad altri caduti stranieri nel Tempio di Efesto
dell’Agorà di Atene (all’epoca ancora trasformata in chiesa di San Giorgio). Si tratta
di Giuseppe Tosi di 16 anni e di Carlo Serassi di 18 anni. La musica di Rossini
sottolinea irresistibilmente il lato tragico della vicenda rappresentata nel melodramma
Maometto II, e, rievocando i tragici fatti storici accaduti vari secoli prima, allude alla
gravità di quel momento presente e presagisce gli eventi storici che si preparavano
già da quell’anno. Il musicista italiano riuscì ad essere molto più esplicito nel 1826 in
Francia, quando i fatti storici che portarono alla indipendenza greca si erano
compiuti: in quella occasione riprese la stessa musica composta a Napoli nel 1820 per
il Maometto II e la riutilizzò quasi interamente per L’assedio di Corinto (Le siège de
Corinthe nella versione originale francese), una tragédie lyrique in tre atti su libretto
di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet che fu rappresentata per la prima volta al
Théâtre de l’Académie Royale de Musique di Parigi il 9 ottobre 1826. Fu poi
adattata in italiano ed eseguita nei teatri italiani. Anche se l’azione e i fatti storici
adombrati del nuovo melodramma si svolgono sempre al tempo della conquista di
Maometto II della Grecia e in particolare della città di Corinto che era una delle porte
del Peloponneso, questa volta nel melodramma i personaggi principali sono tutti
greci: Pamyra, Cléomène, Néoclès, Adrasto, Hièros, Ismène, accanto ai due che
rappresentano il popolo turco, Mahomet e Omar; i cori e le scene di insieme nei
sono tra i più esaltanti di tutta la produzione seria rossiniana. Il riferimento, non tanto
velato questa volta è chiaramente al quarto assedio di Missolungi che determinò, con
il vile massacro dei greci da parte turca, il risveglio della coscienza delle potenze
europee per gli aiuti, il sostegno e il riconoscimento del valore assoluto della
indipendenza anche per altri paesi europei che non la possedevano ancora.

Missolungi (Μεσολόγγι in greco), con la sua ubicazione sulla sponda settentrionale
del Golfo di Patrasso, occupava una posizione strategica che ne faceva la porta di
accesso al Golfo di Corinto, ma che gli permetteva anche di dominare il Peloponneso
e la Grecia settentrionale. La sua importanza era già stata messa alla prova nella
battaglia di Lepanto, nel XVI secolo. Per quanto riguarda Missolungi e la dinamica
degli eventi che portarono la città greca a subire ben quattro assedi da parte dei turchi
dal 1823 al 1825, bisogna ricordare che i primi combattimenti ebbero luogo nel 1821:
l’insurrezione divampò in tutta la Grecia continentale, fomentata prima
dall’arcivescovo di Patrasso, Germanos, poi anche grazie all’appoggio degli Armatolì
e dei Kleftes guidati da Theodoros Kolokotronis. Contemporaneamente aveva luogo
la secessione dell’Epiro guidata da Alì Pascià di Tepeleni. La repressione dei Turchi
non tardò ad arrivare: nel 1822 (anno in cui fu emanata una costituzione provvisoria
greca) ripresero rapidamente il controllo dell’Epiro e tentarono di ristabilire il loro
dominio con il terrore. I fatti più sanguinosi ebbero luogo nell’isola di Chio, dove
nell’aprile 1822 la popolazione venne pressoché interamente sterminata, e a
Costantinopoli, dove il patriarca venne impiccato (Massacro di Costantinopoli).
Questi avvenimenti sollevarono un’ampia eco negli ambienti liberali di tutta Europa;
molti illustri intellettuali, come l’inglese George Gordon Byron e gli italiani Santorre
di Santarosa e Giuseppe Rosaroll, partirono per unirsi ai rivoluzionari e trovarono la
morte durante l’estenuante assedio turco e le battaglie susseguenti.

Nell’opera di Rossini il primo atto si svolge pochi anni dopo la conquista di
Costantinopoli nel 1453 dove, dopo aver decapitato il millenario impero bizantino,
sei anni dopo i Musulmani, al comando del terribile sultano Maometto II, stringono di
assedio Corinto. Sgomenti e allo stremo delle forze, i difensori della città greca si
raccolgono intorno al governatore Cléomène (tenore): resistere fino all’ultimo
sangue, oppure arrendersi al nemico? Il condottiero Néoclès e il vecchio sacerdote
Hiéros (basso) esortano i combattenti ad affrontare con coraggio l’ultimo sacrificio,
per l’onore della Grecia (Su quest’armi, delizia del forte, noi di vincer giuriamo o
perir). Usciti i guerrieri, Néoclès (tenore) ricorda a Cléomène la promessa di dargli in
sposa la figlia Pamyra (soprano). La calamità incombente suggerisce al governatore
di affrettare tali nozze, che dovrebbero assicurare alla figlia il valido sostegno del
giovane guerriero; ma a tale decisione Pamyra appare riluttante e alla fine rivela di
avere giurato fede ad un altro uomo che si faceva chiamare Almanzor, conosciuto in
Atene tempo addietro. Opposti i motivi, uguale lo sconcerto e il dolore dei tre. Un
coro annuncia prossimo l’assalto del nemico e mentre Cléomène e Néoclès si
uniscono ai difensori delle mura, Pamyra promette al padre che se la sorte dovesse
volgere al peggio per i Greci, ella si toglierà la vita col pugnale che egli le ha dato.
La scena si muta in una piazza di Corinto, invasa dai Turchi che minacciano dure
rappresaglie per coloro che resisteranno (Dal ferro del forte germoglia la morte).
Acclamato dai suoi, giunge Mahomet, il quale ordina che i capolavori d’arte che
adornano Corinto vengano rispettati, a testimonianza del suo amore per il bello. Omar
riferisce al suo signore che tutta la città è presa, tranne la fortezza che ancora resiste.
Uno dei capi greci è stato fatto prigioniero e Mahomet ordina che venga risparmiato e
gli sia condotto innanzi: vuole interrogarlo prima di proseguire la sua marcia di
conquista verso Atene, dove anni prima ha soggiornato in incognito e dove ha
conosciuto una fanciulla di cui è ancora innamorato. Il prigioniero è Cléomène:
Mahomet gli chiede di ordinare ai suoi di deporre le armi, e, al suo rifiuto, minaccia
di sterminare tutti i superstiti difensori della città. Ma ai piedi del vincitore si getta
Pamyra, e gli amanti di un tempo riconoscono l’un l’altro. Mahomet, felice, si dice
pronto a sposare Pamyra: in cambio, egli userà clemenza con la Grecia. Ma
Cléomène rammenta alla figlia che ella è promessa a Néoclès, e, all’indecisione della
fanciulla, la maledice. Furente, Mahomet torna a minacciare vendetta se il suo
desiderio verrà contrastato.

Il secondo atto si svolge nel Padiglione di Mahomet dove si appresta la cerimonia
nuziale che dovrebbe unire Mahomet a Pamyra, ma la fanciulla, combattuta tra
l’amore e il dovere, invoca l’aiuto della madre morta (Ah! del dolor la piena al pianto
mi condanna). In un accorato colloquio, Pamyra manifesta a Mahomet il suo stato
d’animo; il Sultano le ribadisce che da quelle nozze dipenderà la salvezza del suo
popolo. Tra canti, danze e preghiere, sta per avere inizio il rito nuziale, quando si ode
un tumulto, destato dalla fierezza di Néoclès, che sopraggiunge a minacciare la
rivolta dei Greci. Pamyra riesce a sottrarlo all’ira di Mahomet facendolo passare per
suo fratello: il Sultano lo fa liberare dalle catene, ingiungendogli di essere testimone
delle nozze che intende affrettare. Néoclès rifiuta sdegnato, ma intanto Omar
annuncia che Corinto è insorta in un estremo, disperato tentativo di riscossa che vede
le donne greche unite ai guerrieri. Dalla cittadella, Cléomène chiama la figlia, la
quale non può sottrarsi a quel richiamo e si allontana con Néoclès e i Greci: un tempo
aveva amato Mahomet come Almanzor, ora lo fugge come nemico della patria.
Scatenati dall’ira estrema del loro capo, i Turchi si apprestano alla rappresaglia. Il
terzo atto si svolge nel Sepolcreto di Corinto dove Adrasto (tenore) annuncia a
Néoclès che tutto è perduto: tra quelle tombe è l’ultimo rifugio dei Greci superstiti (E
fia ver, mio Signor, chi t’adora, dovrà, o Ciel, la sua terra lasciar?) Si odono le
voci di Pamyra e delle donne che invocano Dio; e alla loro preghiera si unisce quella
di Néoclès, felice di potere almeno trascorrere gli ultimi istanti di vita accanto alla
donna amata. Sopraggiunge Cléomène che crede ancora la figlia rinnegata e
spergiura: ma Pamyra viene a gettarsi ai suoi piedi, e Néoclès testimonia la sua
fedeltà alla patria. A sua volta, la fanciulla assicura che la sua passione per Mahomet
è spenta e si dichiara sposa in vita e in morte di Néoclès: Cléomène commosso
benedice la coppia e i tre si uniscono in un ultimo abbraccio (Celeste Provvidenza il
tuo favore imploro). Sopraggiunge Hiéros con un pugno di armati sopravvissuti
all’ultima battaglia: il nemico ha circondato il sepolcreto e la catastrofe è imminente.
Come rapito da fuoco profetico, Hiéros annuncia che dopo secoli di servitù sotto il
giogo turco, la patria riotterrà la libertà: pronti all’estremo sacrificio, i Greci vanno
incontro al nemico invocando gli eroi di Maratona e delle Termopili

E, come
Possente scudo, Iddio Grecia difende!
Il fertil cener nostro
Produca nuovi eroi!
L’eco delle Termopili
Di Leonida ancor favella a noi.

Rimaste sole, Pamyra e le donne si raccolgono in una struggente preghiera (Giusto
ciel, in tal periglio) invocando la morte liberatrice. Sbaragliati gli ultimi difensori,
Mahomet con i suoi irrompe, deciso a far sua Pamyra, ma la donna si dà la morte
mentre tutto intorno crolla e Corinto scompare tra le fiamme di un immenso incendio.
Le figure di questo melodramma sono tutte emblematiche e ognuna racchiude
riferimenti a soggetti e fatti storici inerenti ai fatti della attualità greca; quanto ai
luoghi la catastrofe dei greci a Missolungi del quarto assedio subito dalla città e la
tremenda sortita (Exodos) è il più probabile di quei riferimenti che allude al momento
in cui questa era assediata ormai da tre anni e allo stremo delle sue forze. Il Sultano,
vedendo la resistenza della città, aveva chiamato in aiuto Mehemet Ali, suo vassallo
egiziano. Questi aveva inviato suo figlio, Ibrahim Pasha, che era sbarcato nel
Peloponneso il 26 febbraio 1825 e l’aveva riconquistato. Nel novembre 1825, inviò
una parte della sua flotta a bloccare Missolungi per poi partire da Patrasso e
attraversare, con le truppe, il Golfo di Corinto tornando, il 5 gennaio 1826 (26 dicembre
1825 del calendario giuliano), a cingere d’assedio la città che avrebbe così subito il quarto
assedio. Dopo diversi combattimenti e indicibili patimenti della popolazione, si
decise l’uscita dalle mura e secondo la cronaca del tempo, nell’Ellinika Chronikà di
Mayer così si espressero in una lettera i greci assediati: «Soffriamo la fame, la sete, e
molte malattie. Già 1.740 dei nostri fratelli sono morti. Più di 100.000 bombe lanciate
dal nemico hanno distrutto muri e case. Ci manca la legna e soffriamo i rigori del
freddo. Se si pensa a tutto ciò che ci manca, è incredibile vedere il coraggio e il
morale dei nostri difensori. In pochi giorni, tutti questi coraggiosi non saranno altro
che ombre angeliche, martiri davanti al trono di Dio, ad accusare l’indifferenza del
mondo cristiano. A nome di tutti i nostri coraggiosi, io annuncio che abbiamo giurato
di fronte a Dio che avremmo difeso ogni pollice di terra di Missolungi. Preferiamo
seppellirci sotto le rovine della nostra città, piuttosto che sentire parlare di rinuncia.
Viviamo i nostri ultimi attimi di vita. La Storia giudicherà e le generazioni future
piangeranno il nostro destino. Quanto a me, il solo pensiero che il sangue di uno
Svizzero, un discendente di Guglielmo Tell, si mescolerà a quello degli eroi della
Grecia, mi riempie di orgoglio.»

Per i difensori la situazione era disperata. Se fossero rimasti in città, sarebbero morti
di fame. A tentare una sortita, si rischiava la morte, ma rimaneva almeno una chance
di salvezza. Dopo circa un anno passato a difendere la città, i leader greci, Notis
Botzaris, Kitsos Tzavelas e Makris elaborarono un piano di fuga. Georgios
Karaiskákis avrebbe attaccato i Turchi dalla parte opposta creando un diversivo per
consentire agli assediati la fuga dalla città. Dei 9.000 abitanti, circa 7.000 erano
abbastanza forti da prendere parte a questo progetto. Coloro che rimanevano indietro,
feriti troppo gravi per potersi muovere e qualche estremo difensore pronto a
sacrificarsi, conoscevano già il loro destino. Il vescovo di Preveza, Giuseppe, stilò
una dichiarazione che fu sottoscritta dall’intera popolazione: «In nome della Santa
Trinità. Vedendo noi stessi, esercito e cittadini, giovani e vecchi, vuoti di ogni
speranza, privi anche del minimo vitale per quaranta giorni; avendo adempiuto ai
nostri doveri di soldati fedeli alla patria durante l’assedio; vedendo che il restare un
giorno di più ci porterebbe a morire sul posto, in mezzo alla strada; considerando che
non vi è più alcuna speranza di ricevere, né per mare né per terra, aiuto o provviste,
da poter rimanere fino alla vittoria sul nemico, noi abbiamo deciso all’unanimità:
faremo la nostra sortita alle due del mattino, nella notte di sabato 10 aprile, al levare
del sole della Domenica delle Palme, che giunga o meno l’aiuto.”

Nella notte tra il 22 e 23 aprile (10 aprile giuliano), furono organizzate tre colonne,
comandate rispettivamente da Botzaris, Tzavella e Makris. Circa 2 000 uomini in
armi erano alla testa e in retroguardia. In mezzo, 5.000 tra anziani, donne e bambini,
anch’essi armati. Alcune donne, in abiti maschili, avevano impugnato le armi
unendosi ai combattenti. Gli assedianti, tuttavia, sarebbero stati avvertiti da un
disertore bulgaro. Ibrahim Pasha, aveva deciso di lasciare passare i Greci: preferiva
che abbandonassero la città, lasciandola indifesa; inoltre, sarebbe stato più facile
affrontarli in campo aperto. Invece i Turchi non rispettarono la resa dei greci.
Gli assediati caricarono fuori dalle mura della città, sotto il fuoco dei Turchi in
posizione difensiva, imbattendosi nei vari ostacoli costruiti dagli Ottomani per
impedire ogni sortita. Sotto la carica della cavalleria egiziana, la maggior parte dei
Greci fu colta dal panico e si ritirò verso la città, inseguita dai mercenari albanesi al
servizio dei pascià. Benché i Greci riuscissero a riprendere il controllo, non poterono
far nulla per impedire il massacro. Delle 7.000 persone che tentarono la fuga, solo
1.800, tra uomini e donne, ne uscirono incolumi. L’indomani mattina, domenica delle
Palme, Turchi ed Egiziani entrarono nella città. I Greci, guidati da Kapsalis, piuttosto
che arrendersi, si fecero esplodere con le loro munizioni e i sopravvissuti furono
massacrati o venduti come schiavi. I Turchi esposero 3.000 teste mozzate sui bastioni
della città.

La catastrofe di Missolungi rappresentata anche nell’opera rossiniana in cui si
discerne perfino la figura sacerdotale che profetizza il riscatto della Grecia, costituì
invece il richiamo di innumerevoli coscienze europee alla libertà dell’Ellade,
soprattutto in Francia dove la produzione artistica letteraria (Victor Hugo) e
pittorica (Eugène Delacroix) si espresse in difesa dei valori della libertà: tra queste
anche l’opera lirica di Rossini L’assedio di Corinto ebbe una diffusione enorme e
parlò ai cuori con la grandezza della musica e del canto.
Dopo questa risonanza ottenuta nella opinione pubblica straniera anche attraverso
gli strumenti dell’arte, la presa di Missolungi da parte dei Turchi sollecitò
l’interventismo delle potenze europee nella questione nazionale ellenica, permettendo
la liberazione finale della Grecia nella guerra d’indipendenza.

 

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