Giacomo Leopardi è uno dei più importanti poeti della letteratura italiana dell’Ottocento, nato nelle Marche a Recanati nel 1798. Scrisse tantissime poesie conosciute a memoria ormai da un vasto pubblico: A Silvia, L’Infinito, Il sabato del villaggio. Le sue vicende personali invece ci sono note grazie al diario di ricordi, Zibaldone.

Non tutti però sanno che nella vastissima produzione leopardiana c’è un campo di ricerca fino a poco tempo fa rimasto in ombra: la traduzione dalle lingue antiche. Testi che mostrano quanto Leopardi, benché giovanissimo, fosse già un uomo del suo tempo: ovvero padrone di una vasta cultura, frutto di una ricca educazione enciclopedica, che ad ogni buon fanciullo aristocratico d’inizio Ottocento veniva impartita. Arrivata l’età della ragione, poi, per il poeta di Recanati inizia il graduale approdo al “sentimento” e a tutta una poetica personalissima e unica nel suo genere.

Il giovane Leopardi conosceva il latino, avendolo studiato con i suoi precettori, ma non il greco: riuscì ad impararlo da solo talmente bene che tra i quindici e i diciassette anni tradusse brani di prosatori con un’esattezza interpretativa davvero sorprendente, se si considera che non era passato molto tempo da quando aveva cominciato a studiarlo, e della quale ammirava la semplicità e la ricchezza del vocabolario, pur in presenza di un numero estremamente ridotto di radici originarie. Si sa come la lingua greca, con l’uso di preposizioni premesse alla radice di una parola, o anche con determinati suffissi legati alla radice stessa, riesce a esprimere una vasta gamma di significati.

Le lingue per Leopardi sono più o meno adattabili, affermazione che oggi riusciamo a interpretare come adattabilità delle culture dei cui sistemi fanno parte. È la riflessione sul tradurre che il poeta fa nelle pagine dello Zibaldone 2845-2861, del 29 e 30 giugno 1823, dove è anche affermata la natura della perfezione di una lingua: “Ogni lingua perfetta è la più viva, la più fedele, la più totale immagine e storia del carattere della nazione che la parla, e quanto più ella è perfetta tanto più esattamente e compiutamente rappresenta il carattere nazionale. Ciascun passo della lingua verso la sua perfezione, è un passo verso la sua intera conformazione col carattere de’ nazionali”.

Come un antico poeta greco Giacomo canta l’amor di patria e contrappone lo stato presente di decadenza italiana dell’Ottocento all’epoca beata della Grecia, quando i popoli in massa erano disposti a combattere fino alla morte per la loro patria, prendendo ad esempio i giovani Spartani caduti alle Termopili nel fermare l’avanzata degli invasori Persiani. Nella lirica” All’Italia”, scritta nel 1818, c’è un forte contenuto patriottico di condanna per la sottomissione politica dell’Italia alle potenze straniere, condizione di cui Leopardi si rammarica confrontandola con la grandezza dei tempi antichi.

Nelle strofe più commoventi immagina il poeta lirico Simonide mentre celebra il sacrificio di quei giovani Greci, capaci di infliggere una cocente sconfitta all’esercito di Serse, sperando di associare la propria memoria alla loro fama immortale: “Beatissimi voi – ch’offriste il petto alle nemiche lance – per amor di colei che al sol vi diede”.

Questa frase retorica è scritta in alto sul Monumento ai Caduti della Prima Guerra Mondiale, fatto costruire in stile neoclassico negli anni Venti del Novecento ad Ancona, affacciato sul mare al termine del Viale della Vittoria.

Non meno di quanto amò la sua patria e l’antica Grecia Leopardi amò la Grecia moderna. Nutrì gli stessi sentimenti di impegno politico e di responsabilità dei governanti per le vicende che travagliavano in quell’epoca i due Paesi: la Guerra di Indipendenza dei popoli greci per affrancarsi dall’Impero Ottomano e la divisione dell’Italia in numerosi stati indipendenti dopo la sconfitta di Napoleone.

Il giovane poeta aveva progettato una “Canzone sulla Grecia”, in cui oltre alle lodi per la classicità, vi fossero “le lodi per quei popoli greci che si mantengono con la forza di una certa libertà…basta che risorgano in lei le buone discipline, non è morto il suo sacro fuoco, rivivrà la Grecia”.

Non a caso il suo discorso ritorna su questi due popoli fratelli, affratellati nelle stesse sventure e ciononostante grandi anche nelle loro miserie.

La lira di Leopardi vibra ancora di una poesia politicamente e socialmente impegnata, che scoprì traducendo i classici latini e greci fino a diventare, lui stesso, “greco tra i greci”.

 

Loredana Montilla

Membro del Comitato Scientifico della Diplomazia Culturale – sede di Ancona

 

 

 

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