Proviamo ad immaginare una grande azienda industriale italiana degli anni Trenta, un’azienda che produceva macchine da scrivere e calcolatori elettronici, un’azienda che aveva inventato la Design Policy, uno stile, un modello in Italia come all’estero al quale si sono ispirate grandi aziende e multinazionali in tutto il mondo. Un’azienda, la Olivetti, che rappresentava per molti versi una “anticipazione italiana delle filosofie progettuali e grafiche del capitalismo avanzato” per citare G. Anceschi.

Un’azienda nella quale la produzione di manufatti meccanici, la pubblicità dei propri prodotti, ogni aspetto della vita stessa nella fabbrica erano legati a doppio mandato con i dogmi della cultura e con i più grandi artisti e filosofi dell’epoca.

Sembra impossibile che siano trascorsi quasi cento anni da quando questo mite ingegnere di Ivrea segnò un’epoca e portò la cultura in impresa ma anche nella comunità locale, nella città come nei territori rurali dai quali provenivano molti degli operai “Abbiamo portato in tutti i paesi della comunità le nostre armi segrete: i libri, i corsi culturali, l’assistenza tecnica nel campo della agricoltura. In fabbrica si tengono continuamente concerti, mostre, dibattiti. La biblioteca ha decine di migliaia di volumi e riviste di tutto il mondo. Alla Olivetti lavorano intellettuali, scrittori, artisti, alcuni con ruoli di vertice. La cultura qui ha molto valore” (Adriano Olivetti).

Come si declina nella pratica questo significativo esempio di diplomazia culturale in azienda? Perché Adriano Olivetti ha cambiato il paradigma dell’impresa e il ruolo dell’imprenditore? Perché ancora oggi rappresenta un esempio studiato in tutto il mondo?

Iniziamo dalla produzione: la filosofia aziendale consisteva nella volontà di mettere la cultura umanistica al servizio della più avanzata sperimentazione tecnologica. La Olivetti è stata l’azienda nellaquale le energie intellettuali e la letteratura classica si sono intrecciate con la cultura industriale affinché l’industria moderna potesse mettere la sua potenza finanziaria al servizio disinteressato del progresso sociale e culturale.

In sintesi, quindi,si era sviluppata un’azienda innovativa fortemente attenta all’unione di princìpi scientifici e umanistici, un’unione esclusivamente proiettata verso il futuro.

Secondo l’imprenditore di Ivrea, infatti, la fabbrica non era solo una struttura in cui erano presenti macchinari e operai che svolgevano il proprio lavoro, lo scopo principale non era il profitto ma il modo in cui si investiva quest’ultimo.

Se la meta era il benessere della comunità allora bisognava cercare di trasformare una semplice fabbrica in un luogo di incontro, di condivisione.

Adriano Olivetti aveva infatti creato un completo sistema di servizi sociali per i lavoratori, che comprendeva quartieri residenziali, ambulatori medici, asili, mensa, biblioteca e cinema gratuiti, convenzioni aperte con diverse attività, assenza di divisione netta tra operai e ingegneri, e inoltre si era impegnato a ridurre le ore della giornata lavorativa mantenendo invariato il salario.

Tutto ciò portò ad un consistente aumento della produttività e della qualità del lavoro.

Olivetti concretizzava ciò collaborando con psicologi per un’organizzazione del lavoro che aveva al centro l’individuo, investiva sull’educazione mettendo a disposizione una biblioteca aziendale, organizzava dei campus per formare i futuri venditori e corsi sulla storia del movimento operaio, invitava intellettuali per sensibilizzare i giovani ai valori della cultura.

Le grigie pareti murarie delle fabbriche diventavano chiare vetrate, attraverso cui poter contemplare la bellezza al di fuori.

Vivere in un clima sereno consentiva agli operai di lavorare meglio: la produttività cresceva, le vendite e i profitti aumentavano, la fabbrica Olivetti era conosciuta in tutto il mondo.

Bisogna sottolineare gli sforzi dell’imprenditore per far sì che il prodotto industriale, nato come qualcosa di semplicemente utile, diventasse anche qualcosa di bello. «La bellezza – diceva – è un momento essenziale dello spirito. Senza la bellezza, senza l’esperienza della bellezza, un uomo non sarebbe completo. Ora, anche una macchina da scrivere può essere bella».

Ed ecco che nella progettazione dello stupendo nido per i figli dei dipendenti, questa preoccupazione estetica era ancora presente: non bastava accogliere i bambini, bisognava educarli alla bellezza, farli vivere in ambienti belli, farli esprimere liberamente, nei giochi, nei disegni.

Tra la fine degli anni Quaranta e gli anni Cinquanta la Olivetti introduceva nel mercato alcuni prodotti destinati a diventare veri oggetti di culto per la bellezza del design, per la qualità tecnologica e l’eccellenza funzionale: tra questi la macchina per scrivere Lexikon 80 (1948), la macchina per scrivere portatile Lettera 22(1950), la calcolatrice Divisumma 24 (1956). Nel 1959 la Lettera 22 veniva indicata da una giuria di designer a livello internazionale come il primo tra i cento migliori prodotti degli ultimi cento anni.

Dopo aver promosso negli anni Trenta la pratica della scrittura meccanica, la pubblicità dell’azienda poteva concentrarsi sulla presentazione al pubblico di una eccellente produzione industriale ampiamente diversificata.

Le macchine da scrivere così come le calcolatrici diventarono le protagoniste degli annunci, dei manifesti e degli opuscoli promozionali.

Iniziava una raffinata comunicazione pubblicitaria realizzata da una nutrita schiera di scrittori e giornalisti presenti in azienda.

Le campagne promozionali venivano quindi realizzate non soltanto da designer, grafici ed artisti ma si avvalevano della collaborazione di poeti, di scrittori, di filosofi per ricercare un linguaggio sempre più contemporaneo che arrivasse ad un pubblico vasto ed internazionale.

I letterati in azienda si occupavano anche dell’invenzione dei nomi dei prodotti. Così negli anni Cinquanta un calcolatore elettro-meccanico molto complesso veniva denominato con il termine pitagorico Tetractys, mentre Elea – il nome scelto per l’elaboratore elettronico – funzionava sia come sigla per “Elaboratore Elettronico Aritmetico” sia come riferimento all’antica città della Magna Grecia, popolata da filosofi e matematici. L’obiettivo consisteva infatti nel trovare nomi ricercati per prodotti ricercati richiamandosi a tutta la filosofia aziendale fondata sulla volontà di mettere la cultura umanistica al servizio della più avanzata sperimentazione tecnologica.

Questa stessa idea di integrazione della cultura letteraria e artistica all’interno dell’industria si realizzava nell’Olivetti anche in una serie di servizi offerti ai dipendenti e alla comunità locale.

Adriano Olivetti coltivava infatti il sogno di avvicinare il personale e i cittadini del territorio ad una produzione culturale molto attiva: all’interno dell’azienda venne allestita una biblioteca particolarmente ricca con migliaia di libri dati in prestito ai dipendenti che potevano leggere anche durante le pause del lavoro, pause che venivano arricchite da conferenze, concerti, rappresentazioni teatrali e proiezioni cinematografiche.

E’ emozionante pensare ai grandi attori, registi, cantanti, poeti, giornalisti e scrittori degli anni Quaranta e Cinquanta invitati in azienda per avere un confronto con i dipendenti e per portare la cultura in fabbrica perché si riteneva che l’azienda avesse bisogno di persone in grado di arricchire il lavoro con creatività e sensibilità affinché il lavoro potesse diventare un mezzo per la crescita dell’uomo.

Per Adriano Olivetti, infatti, “Il lavoro dovrebbe essere una grande gioia ed è ancora per molti tormento, tormento di non averlo, tormento di fare un lavoro che non serva, non giovi a un nobile scopo”.

Si potrebbe parlare ancora a lungo della grande opera creata da Adriano Olivetti ma vorrei invece cercare di capire l’eredità lasciata nel suo territorio, nella sua Ivrea.

L’opera di contaminazione culturale iniziata dall’imprenditore illuminato, dal sognatore Adriano Olivetti come e dove la possiamo individuare nella sua città d’origine?

Partiamo da tre concetti chiave della filosofia olivettiana: benessere della comunità, luogo di incontro, condivisione.

C’è una realtà oggi a Ivrea che sintetizza tutto questo: lo ZAC!

La cooperativa ZAC! – Zone Attive di Cittadinanza ONLUS – gestisce il Movicentro di Ivrea per dare alla città una casa accogliente, popolare, plurale e innovativa.

Ed ecco qua, trovato il filo che unisce questa Onlus con Adriano Olivetti che, sicuramente, sarebbe stato il primo sostenitore dell’attività delle tante persone, di tutte le età, che animano con spirito collaborativo e di solidarietà, questa interessante e multisettoriale comunità.

Sono rimasta positivamente colpita scoprendo che allo ZAC! si sperimentano percorsi di socialità e di economia solidale e comprendo perfettamente le difficoltà di trovare dei locali da destinarea luoghi di collaborazione, aperti alla città, con spazi autogestiti per ragazzi, famiglie, associazioni e gruppi informali con l’obiettivo di restituire alla città un ambiente di coesione sociale e di incontro (il fine stesso che Adriano cercava di ottenere sia in fabbrica che nei quartieri creati per i suoi dipendenti).

Non poteva mancare in questa Onlus un’attenzione particolare alla diffusione di nuovi stili di vita e all’incentivo ad un consumo consapevoleattraverso il Gruppo d’Acquisto Solidale Ecoredia.

Dai racconti entusiastici dei membri dello ZAC! ho scoperto un altro rilevante nesso con l’opera di Olivetti: è stato creato uno spazio officina (anche questo un termine molto caro all’imprenditore) per far circolare il sapere che unito alla manualità consente di ottenere una contaminazione generazionale in uno spirito di condivisione e scambio delle diverse creatività.

Mi perdoneranno i tantissimi volontari e sostenitori dello ZAC! se ho inserito solo una piccola sintesi della loro importante e significativa attività in questo articolo dedicato ad Adriano Olivetti ma non potevo fare a meno di citarli perché, a mio giudizio, contribuiscono a dare significato e peso al termine comunità e agiscono per dare valore agli individui mettendo la persona al centro, proprio come ha fatto Adriano durante la sua vita lavorativa.

Le buone pratiche di questa Onlus dovrebbero essere trasferite a macchia d’olio sul nostro Paese ma un dubbio affiora alla mia mente: c’è forse una maggiore sensibilità a Ivrea rispetto ad altre città? C’è forse qua un terreno fertile per far attecchire queste radici “comunitarie” più forti che in altre realtà?

Lo scopriremo insieme andando a visitare i “luoghi” di Adriano accompagnati dai volontari dello ZAC! dal loro entusiasmo e dalla loro energia!

Dott.ssa Catia Baldinelli

Coordinatrice

del Comitato Scientifico dell’Istituto Ellenico della Diplomazia Culturale di Ancona

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